Anche quest’anno, ormai il terzo di fila, The Post Internazionale ha inaugurato la sua summer school. Ma, diversamente dalle edizioni precedenti, questa volta una voce importante nel mondo del giornalismo, quella del presidente dell’Ordine dei Giornalisti Enzo Iacopino, si è levata contro questa iniziativa.
L’8 giugno scorso, sulla sua pagina facebook, Iacopino ha attaccato questo progetto con un post dal titolo “Chi vuole fare lo schiavo per tre mesi?”. La risonanza è stata grande, sopratutto per due ragioni: la grande visibilità dell’autore, e il tema tanto delicato dell’ instabilità del lavoro dei giornalisti.

Così ho deciso di incontrare Giulio Gambino, direttore di The Post Internazionale, per capire quali erano le  vere ragioni di questo scontro tra “vecchie” e “nuove” generazioni del giornalismo.

 

1) Perché secondo te questo attacco contro “The Post Internazionale”, quando tutto il mondo dell’editoria (e noi giovani penne lo sappiamo bene) adotta pratiche di “stage” in continuazione?
Come mai? perchè siamo piccoli e giovani (e forse gli facciamo pure un po’ paura). Siamo inoltre figli di questo sistema che effettivamente ci limita molto, perché per essere giornalista devi fare i conti con un mondo pieno di pochissime assunzioni, continui corsi di aggiornamento, collaborazioni malpagate; e tutto questo non esiste da ness’altra parte al mondo. Credo che la cosa più importante sia il fatto che un giornale come il nostro, che è sempre più in crescita, è messo sotto attacco da colui che dovrebbe tutelare i giornalisti in Italia.

 

2) Pensi che l’atteggiamento di Iacopino sia un modo di porre l’attenzione sui problemi dei giovani giornalisti? Inoltre non è il primo anno che attivate questa possibilità, perchè secondo te è scattata questa critica proprio ora?
Non so quali fossero le sue intenzioni, penso che sia scattata ora perche questo è un periodo di particolare frustrazione lavorativa nel nostro settore, credo che abbia fatto un tentativo di avvicinarsi a qualcuno che è molto suscettibile riguardo questo tema scrivendo cose come “questi non vi pagano” però bisogna vedere quali sono i fatti veri e propri, perchè le cose non erano come lui le ha descritte. Ma il fatto su cui focalizzarsi non è la polemica, è che non si offrono alternative concrete ai problemi che sono comuni a tutti quelli che si stanno affacciando al mondo del giornalismo. Noi proviamo a dare un’alternativa facendo incontrare ai partecipanti del nostro corso personaggi che hanno fatto la storia del giornalismo internazionale come Deborah Ball Capo Corrispondente del The Wall Street Journal in Italia e Bill Emmott Ex direttore di The Economist; e importanti nomi del giornalismo italiano come Enrico Mentana e Lucio Caracciolo.

Foto scattata durante la summer school di quest'anno dopo l'incontro con Deborah Ball, Corrispondente del The Wall Street Journal in Italia.

Foto scattata durante la summer school di quest’anno dopo l’incontro con Deborah Ball, Corrispondente del The Wall Street Journal in Italia.

 

3) Durante la tua esperienza in America hai potuto vedere come la pratica della “summer school” sia consolidata. Cosa secondo te la rende così strana agli occhi di chi regolamenta l’OdG?
La cosa triste non è che la summer school sia vista bene solo all’estero, ma che nel mondo del giornalismo italiano, il fatto che noi abbiamo fatto posto a 15 persone brave che possono pubblicare su altre testate, crei tutto questo clamore. Peccato che questa polemica sia partita da chi si dovrebbe occupare per primo di inserire i giovani nel mondo dell’editoria. E’ folle pensare che chi dovrebbe tutelare la nuova generazione fermi persone volenterose che vogliono mettersi in gioco e che non riescono ad avere accesso ad altre redazioni.

4) La stragrande maggioranza delle persone che hanno commentato/risposto a questo scontro sono stati vostri grandi sostenitori. Pensi sia un segnale importante?
Il punto non sono i commenti positivi o negativi. La cosa fondamentale su cui dobbiamo fare affidamento sono i dati: le domande che ci sono arrivate, e le partnership importanti che siamo riusciti ad attivare. Se sono arrivate così tante application (circa 200) significa che stiamo andando nella direzione giusta, perché se verrà il giorno in cui la risposta dei lettori e di chi vuole collaborare con noi non sarà buona come lo è ora significherà che stiamo sbagliando strada, e che dovremo cambiare qualcosa, ma per ora le risposte attraverso la partecipazione, e la crescita del nostro sito, è molto positiva. E continueremo così.

5) Durante la tua carriera, quante volte ti hanno proposto questo tipo di collaborazioni? quanto pensi che dipendano dai soliti meccanismi del mondo del giornalismo?

Anche io ho ottenuto collaborazioni nel mio percorso lavorativo, ma senza essere pubblicista. Una persona, se valida e competente riuscirà ad andare avanti, se non lo è prima o poi si fermerà, tesserino o non tesserino.

Laura Girolami

Laura Girolami

Nata a Macerata nel 1989, si laurea in Scienze Politiche nell'ateneo della sua città. Prima di trasferirsi a Roma nel 2012, per iscriversi al corso magistrale in Editoria multimediale e nuove professioni dell'informazione presso la Sapienza, collabora per 4 anni alla sede maceratese nella redazione de Il Messaggero. Si divide tra diverse passioni come letteratura, giornalismo e politica internazionale, con particolare attenzione a quella mediorientale che è al centro della tesi magistrale e degli articoli che scrive un po' ovunque.

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