L’Antipop Festival è una manifestazione italiana con lo scopo di far emergere individualità o gruppi che sarebbero normalmente tagliati fuori dal circuito main distributivo. Il contest di cinema, musica e fotografia si svolge da qualche anno a Teramo, sempre a temperature estive. Pochi giorni fa su facebook ci è arrivata la notizia che, grazie al sostegno dei fan, The Vices si erano aggiudicati il palco dell’11 luglio.

I Vices sono Jacopo Purificati (vocalist), Federico Sfarra e Amelio Sebastiani Croce (chitarre), Marco Lepidi (basso) e Alessandro Iovinelli (batteria). Abbiamo sentito Jacopo, che ci ha parlato della scena da seguire…

 

“Vices”, ovvero “vizi”? Dov’è che avete deviato dalla “retta via”? È cioè che musica assolutamente non vorresti mai fare?

Mi piace citare Abraham Lincoln, che in una lettera scriveva di come le persone che non hanno vizi non hanno nemmeno molte virtù: il vizio fa parte dell’essere umano e non c’è più grande virtù del saperci convivere. Il vizio, poi, è qualcosa in cui ognuno si può riconoscere, pur dandone un’interpretazione diversa e personalissima. Ne consegue che non vorrei mai fare musica che non sia sincera, che non mostri il lato più umano e volubile dell’uomo, prima di mostrarne quello più forte e degno di merito.

 

Ho visto l’Antispot e immagino che si accordi con la tua idea di musica. Che mi dici del festival?

Il fatto è che ormai la musica pop non corrisponde più alla sua origine semantica, non è più “popolare”, del “popolo”. La scelta delle persone in quanto a musica è solo apparentemente libera: ci sono migliaia di band grandiose in giro per il mondo che non conosceremo mai solo perché i mass media decidono di non passarle. Le case discografiche non sono onlus, ma enti economici e il loro primo interesse è focalizzare l’attenzione delle persone su specifici artisti per poter canalizzare il denaro su specifici circuiti. L’Antipop Festival, nel suo piccolo, contribuisce  ad una visione di musica libera: tutti devono poter ascoltare più musica possibile e, solo dopo averlo fatto, decidere cosa gli piace e cosa no. A sostegno di ciò basti pensare che, nel momento di selezionare le band che si sarebbero esibite, gli organizzatori hanno considerato esclusivamente chi si proponeva con brani inediti.

 

Parliamo di voi, ora. Sul web si trova davvero poco materiale, ma tanto basta a capire che siete ricchi d’influenze. Provo a darti il La: Iron Maiden o Buckcherry?

Sicuramente, ma non solo loro. Siamo abbastanza propensi alla contaminazione sotto tutti i fronti. Si è iniziato, come tutti, con i soliti grandi del rock, del punk e del metal in età adolescenziale. Anche se inconsciamente, la base resta quella (i Led Zeppelin sono ancora la mia band preferita di tutti i tempi), ma viene contaminata, di volta in volta, a seconda degli ascolti, che sono tanti e molto variegati. Posso dire di considerarmi un “ladro” del progressive e dell’alternative rock, quando compongo per i Vices: quello che suoniamo è hard rock, ma non à la AC/DC o simili, c’è sempre l’innata necessità di distaccarci dagli stilemi del genere. Molto lo dobbiamo sicuramente al panorama glam/sleaze (soprattutto quello revival in stile Buckcherry), al southern rock in stile Black Stone Cherry e al blues. Ciò non toglie, tuttavia, che se Nikki Sixx ascoltasse un nostro brano probabilmente penserebbe che siamo “strani”. 

 

E tu in particolare ti ispiri a qualcuno? Leggo che scrivi tu i testi e sei voce più unica che “lead”…

Beh, diciamo che Federico (chitarra) o Marco (basso) ogni tanto mi supportano con qualche controcanto, ma si, sostanzialmente l’unica voce è la mia. Nei Vices ho specifiche influenze che si riflettono sia sul canto che sui testi: Jim Morrison, Alice Cooper, Scott Weiland, Neil Fallon dei Clutch e Marilyn Manson del periodo più rock. Ognuno di loro mi ha dato qualcosa anzitutto a livello di visione del mondo, ognuno di loro ha una forte personalità e questo mi sprona a tirar fuori la mia. I testi di Morrison, che vedo un po’ come il capostipite di questa “scuola”, sono spesso deliri metaforici, proiezioni forzate di immagini abbaglianti (ed illuminanti), e ad un certo punto mi sono reso conto che anche io potevo liberarmi (di me stesso?) in quel modo.

 

Hai cominciato, se non sbaglio, con i Will-o’-the-wisp. Organico a parte, sei proprio cambiato artisticamente: il parco suoni è molto diverso…

Sicuramente, è tutta un’altra cosa! Con i Will-o’-the-wisp musica e testi erano caratterizzati da una certa spensieratezza, la ricerca estetica era romanticamente incentrata sul sentimento, sul sogno, sui landscapes. Poi si cresce e la vita giustamente te ne fa passare di tutti i colori. Gli stessi Vices sono passati dall’hard rock solare, southern ed “easy listening” a quello odierno, più cupo, sporco, incazzato e disilluso, senza però perdere la tensione a qualcosa di più, al momento catartico e contemplativo, del quale invece non penso di potermi sbarazzare. Un po’ come le songs of innocence e le songs of experience di William Blake. La musica vive con me e per me: se cambio registro, lei è la prima a seguirmi. Anzi, a volte mi precede pure!

 

Quanto influisce sul tuo lavoro un ambiente come Moon Voice? Che genere di scena musicale si sviluppa in questa L’Aquila?

Sin dalla sua nascita la Moon è sempre stata un punto di riferimento. Senza nulla togliere alle altre sale prove e registrazioni aquilane, ognuna delle quali ha i propri punti forti e validissime persone a gestirle, il merito di Luciano Chessa, veterano della chitarra prog metal con i romani IV Luna e con tanti altri ottimi progetti prima ancora che ottimo sound engineer, è di aver portato una voce diversa nel coro. Da pochi mesi, inoltre, sto collaborando con Luciano ed altri splendidi musicisti ad un progetto progressive rock che prende il nome di I-KAL: al di là del talento, che devo dire si tocca con mano, a sorprendermi sono anche il modo di lavorare, il tipo di rapporto tra i musicisti e soprattutto le influenze, che sono molto diversi da ciò a cui la città mi ha sempre abituato.

L’Aquila è stata storicamente chiusa nei confronti del resto del mondo e la possibilità di confrontarsi con realtà diverse, come la scena rock e metal della capitale, non può che spingerti a guardare al di là delle stesse montagne che ci circondano. Questa apertura però – è giusto dirlo – non è chiaramente solo opera di Luciano, che ne è stato piuttosto un precursore: dopo il sisma è stato il resto del mondo ad accorgersi del piccolo gioiello abruzzese, e di conseguenza la timidezza dei nostri è sparita. Tante band ed artisti underground, dal resto dell’Italia e non solo, vengono a trovarci e a portare la propria musica. Questo non può che far bene al panorama artistico di L’Aquila: oggi si può dire che in città si suona davvero qualunque genere.

 

E a Roma c’è spazio per esibirsi?

Direi proprio di sì, basta solo cercarlo! Pur avendo ormai sede stabile nella capitale, però, continuo a mantenere tutti i miei progetti a L’Aquila. È un fatto di amicizia, ma gioca un ruolo portante anche la considerazione che la musica che scrivo tiene conto soprattutto di chi la suona, sono abiti su misura. Non nego, però, di avere in cantiere una serie di idee e di bozze da poter sfoderare ove si presentino l’occasione e i musicisti giusti…

 

Dimmi un gruppo e un disco (anche diversi) di oggi che secondo te sono un must.

Per il discorso che ti facevo prima, è difficile da dire, ed è altrettanto difficile (se non impossibile) trovare un must. Sento di dovermi necessariamente limitare ai gusti personali e agli ultimi anni, altrimenti tirerei fuori molto più che due nomi!

Come artista scelgo, a titolo esemplificativo, Jack White: stiamo entrando in una fase storica in cui si sente sempre più il bisogno di “togliere” e di ripartire da zero. Il post-grunge che ha imperato negli ultimi dieci anni sta per collassare su sé stesso: troppo suono, troppo riempimento, troppo. Tutto ciò sacrifica inevitabilmente la personalità e la sincerità di chi suona. Il discorso che Jack White (e non solo lui, ovviamente) vuol portare avanti si caratterizza per una forte volontà di raccontarsi e di farlo in modo molto schietto ed essenziale. Il risultato è che il concetto arriva molto, ma molto prima.

Come album scelgo invece Hot Dreams dei canadesi Timber Timbre. È un disco bellissimo e pieno delle influenze giuste, riesce a trasmettere un fascino ed una poesia che reputavo ormai perdute da tanto tempo. Il sound è composto e composito, e nella sua essenzialità riesce ad oscillare tra delicatezza e brutalità, scenari retrò e noir e momenti più propriamente moderni. È uno stile molto mascolino, grazie soprattutto alla voce del frontman Taylor Kirk, educato e non “pilotato”. In pratica un romanticismo dannato, ma non un dannato romanticismo.

 

Avrei altre domande, ma non voglio tormentarti. Auguri per il festival!

Figurati, grazie a te. E alla prossima!

Giuseppe Di Marco

Giuseppe Di Marco

Nato a Teramo il 9 luglio 1989, nel 1993 si trasferisce a L’Aquila, dove vive fino al conseguimento della maturità classica presso l’Istituto D. Cotugno, nel 2008. In quell’anno decide di trasferirsi a Roma e iscriversi all’università Lumsa di Roma, nella Facoltà di Lettere e filosofia. Qui segue il corso di studi triennale di Scienze della Comunicazione, Informazione e Marketing, in cui si laurea nel marzo 2012, con una tesi di laurea intitolata “Ego e Alter nel cinema di Marco Bellocchio”. L’argomento muove i passi dalla filosofia di Ludwig Wittgenstein,Roland Barthes e Paul Ricoeur. Da sempre si interessa di semiotica cinematografica e di radici musicali folcloristiche del 900. Giuseppe risiede a Roma ed è tuttora iscritto alla Lumsa, nel corso di laurea magistrale di Editoria e Giornalismo, di cui frequenta il primo anno.

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