I dischi bisogna risentirli volta per volta, stagione dopo stagione. Perché? Magari sono altamente stratificati, e il primo ascolto non soddisfa. Non preoccupatevi: non c’è niente che non vada in voi: è la vostra sete di conoscenza che viene fuori, è la vostra memoria auricolare che vi sta dicendo ‘tornaci ancora una volta’. Personalmente questo mi è successo con A coliseum, complex museum, ultimo lavoro dei Besnard Lakes.

Ormai siamo a qualche mese dall’uscita, ma volevo essere sicuro che la prima impressione fosse corretta. E, lungi dall’aver chiuso ogni porta su questo fronte, mi vien da dire che la quinta prova in studio dei canadesi è quella che rimarrà nella loro storia, se non nella Storia del pop. I motivi per dar credito a un’opera possono essere tanti. Qui mi vien da dire che, nonostante la veste complessiva risulti barocca, in realtà ogni brano spinge l’ascoltatore a scomporre i suoni, a chiedersi il perché dei tanti effetti. E probabilmente la risposta è che Olga Goreas (voce, basso), Jake Lasek, Robbie McArthur, Richard White (chitarra), Kevin Lang (batteria) e Sheenah Ko (tastiere) vogliano passare da un tipo di canzone all’altro nello stesso brano. Che poi è una delle massime aspirazioni della pop music.

"A coliseum, complex museum", Jagjaguwar, 22 gennaio 2016

“A coliseum, complex museum”, Jagjaguwar, 22 gennaio 2016

E’ stato giustamente fatto notare che, benché il disco sia opera di un gruppo, il sound sia quello di un’orchestra che mira a fondere melodie indie alla complessità strumentale del progressive rock. La coralità delle voci musicali fa pensare a un’ispirazione space, attraverso le chitarre languide, i riverberi, la ricerca di soluzioni cicliche e ipnotiche. Sheenah Ko si è appena aggiunta per replicare la partitura string, e quindi il fondatore Lasek lascia le tastiere per concentrarsi sugli assoli e una quadratura ritmica più spigolosa. Per mezzo di questo cambio rigenerativo viene data nuova linfa alle canzoni, tutte di ottimo livello e difficili da scartare in sede di composizione. E i rimandi? Ci sono i Radiohead di Ok Computer in certi arrangiamenti (“The bray road best”), i Pink Floyd e il garage (“Golden Lion”), le backing vocals alla Beach Boys (“Pressure of our plans”). Potrei citarne molti altri, ma non renderei giustizia alla personalità del prodotto finale, che fa pensare a nessuno fuorché i Besnard Lakes.

E per quanto mi riguarda, questa è la cosa importante: non ritagliarsi un proprio spazio, ma scoprirne dell’altro, incustodito, grintoso, scenico, ricco di potenzialità. E il bello è che il viaggio verso A coliseum, complex museum è ancora inesplorato.

Giuseppe Di Marco

Giuseppe Di Marco

Nato a Teramo il 9 luglio 1989, nel 1993 si trasferisce a L’Aquila, dove vive fino al conseguimento della maturità classica presso l’Istituto D. Cotugno, nel 2008. In quell’anno decide di trasferirsi a Roma e iscriversi all’università Lumsa di Roma, nella Facoltà di Lettere e filosofia. Qui segue il corso di studi triennale di Scienze della Comunicazione, Informazione e Marketing, in cui si laurea nel marzo 2012, con una tesi di laurea intitolata “Ego e Alter nel cinema di Marco Bellocchio”. L’argomento muove i passi dalla filosofia di Ludwig Wittgenstein,Roland Barthes e Paul Ricoeur. Da sempre si interessa di semiotica cinematografica e di radici musicali folcloristiche del 900. Giuseppe risiede a Roma ed è tuttora iscritto alla Lumsa, nel corso di laurea magistrale di Editoria e Giornalismo, di cui frequenta il primo anno.

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