Con l’arrivo di migliaia di migranti la Macedonia è diventata oggetto dell’attenzione internazionale. Non tutti sanno che, contemporaneamente, vive una grave crisi politica e che il suo governo ne è protagonista.

Annessa prima dalla Serbia (Trattato di Bucarest, 1913) e quindi dalla Jugoslavia (1929) assieme a Croazia, Bosnia Erzegovina, Serbia, Montenegro e Slovenia, uscì dalla Federazione Socialista nel 1991, proclamandosi Repubblica di Macedonia (parlamentare monocamerale, 120 membri eletti con sistema proporzionale). Oltre a essere interessata da gravi confronti etnici, la Macedonia non è scampata alla sua eredità geografica, che la rende uno snodo migratorio di notevole interesse. Così come non è scampata al fiorire di una classe politica corrotta e manipolatrice sorta sulle ceneri della grande unione Balcanica. Il governo attuale è guidato da Nikola Gruevski, leader del partito conservatore VMRO-DPMNE, al potere dal 2006: questo governo, secondo l’OSCE, avrebbe spacchettato gran parte degli asset statali, nonché orchestrato attacchi terroristici, come quello di Kumanovo, per accentrare il potere. E ciò ha avuto delle conseguenze. Alle elezioni dell’aprile 2014 le opposizioni lasciano il parlamento. Dopodiché, lo scorso febbraio, vengono pubblicate dai media locali delle intercettazioni telefoniche riguardanti il premier e il suo gabinetto. Ne esce fuori di tutto: abusi nei confronti del potere giudiziario, brogli elettorali, assegnazione di poltrone della P.A. a membri del proprio partito, nepotismo ad alti livelli, come nel caso Orce Kamcev. In pratica, si scopre un regime. Il 5 maggio duemila cittadini scendono in piazza chiedendo le dimissioni del governo. Portavoce della protesta è il leader dell’opposizione, il socialdemocratico Zoran Zaev, che impugna le intercettazioni e ne rivela gli anfratti più scandalosi: Gruevski si sarebbe servito del proprio potere per intercettare migliaia di cittadini per scopi politici. La cassa di risonanza funziona: il 17 maggio circa 60.000 Macedoni manifestano pacificamente per la capitale Skopje.

un ragazzo, probabilmente Albanese, protesta a Skopje, con un cartello che in lingua Macedone sta per “Dimissioni!”

La prima difesa è l’evocazione di un complotto: Gruevski solleva il dubbio di un golpe da parte di forze esterne. In effetti sono molti gli attori coinvolti in questa vicenda. Innanzitutto per le strade non sfilano solo Macedoni, ma anche rappresentanti della minoranza Albanese, aumentata nel paese dopo la guerra del Kosovo. Gli Albanesi corrispondono a un quarto della popolazione, e in questa occasione hanno incrociato la propria bandiera con quella nazionale per chiedere la caduta dei ministeri. La risonanza degli eventi, inoltre, è aumentata dal Commissariato per i Diritti Umani Macedone, che divulga l’arresto di quaranta manifestanti. E non finisce qui: l’ex Vice Ministro della Sanità Nikola Dimitrov dichiara che, dal 2006 al 2008, l’esecutivo Gruevski si sarebbe arricchito coi fondi pubblici con spericolate iniziative. Stessa accusa da parte dall’ex Primo Ministro Bulgaro Sergei Stanishev: “In Macedonia, molto denaro è stato speso per l’appagamento personale, piuttosto che nella Sanità”. Un altro arroccamento di Gruevski è il sostegno alle forze dell’ordine: per il conservatore, tutto sarebbe partito dalle proteste violente di Kumanovo, in cui otto agenti di polizia hanno perso la vita. Per Gruevski la causa è l’inasprimento del confronto etnico, ma l’opposizione ribatte che quella attuale è una rivoluzione pacifica.

A cavallo tra maggio e giugno, il Parlamento Europeo si è fatto mediatore delle diverse fazioni. Inizialmente, Ue e ambasciata Usa presiedono i round senza arrivare a un compromesso: l’esito non negoziabile, per Zaev, deve essere la cacciata di Gruevski. Il 2 giugno il premier cede: accetta di lasciare la carica a gennaio e istituire un governo di unità nazionale come trait d’union per le elezioni dell’aprile 2016. Il 4 giugno però rilancia: il suo partito si ripresenterà in campagna elettorale, e ci sono altri motivi che infiammano la protesta delle opposizioni. Il principale è che il Commissario Ue Johannes Hahn dichiara che nelle precedenti elezioni politiche non avrebbe riscontrato alcune violazioni. La compagine Albanese nel frattempo prosegue per la propria strada. Le frange si dividono. Gli analisti sostengono che il fronte di opposizione a Gruevski non sia compatto, ma ormai le decisioni sono state prese. Così, il 14 luglio l’accordo viene ufficialmente ratificato, e il primo settembre l’Aventino diventa storia: l’SDSM di Zaev e seguaci rioccupano i seggi.

Quello che nel frattempo resta è la crisi economica, in assenza di un governo stabile che possa reggere il peso dei flussi migratori. In più molti interrogativi, come quelli sulla futura classe politica Macedone, che di certo dovrà essere subordinata a riforme istituzionali. Corruzione e crack economico non sono buoni indicatori per il possibile ingresso all’Ue.

Giuseppe Di Marco

Giuseppe Di Marco

Nato a Teramo il 9 luglio 1989, nel 1993 si trasferisce a L’Aquila, dove vive fino al conseguimento della maturità classica presso l’Istituto D. Cotugno, nel 2008. In quell’anno decide di trasferirsi a Roma e iscriversi all’università Lumsa di Roma, nella Facoltà di Lettere e filosofia. Qui segue il corso di studi triennale di Scienze della Comunicazione, Informazione e Marketing, in cui si laurea nel marzo 2012, con una tesi di laurea intitolata “Ego e Alter nel cinema di Marco Bellocchio”. L’argomento muove i passi dalla filosofia di Ludwig Wittgenstein,Roland Barthes e Paul Ricoeur. Da sempre si interessa di semiotica cinematografica e di radici musicali folcloristiche del 900. Giuseppe risiede a Roma ed è tuttora iscritto alla Lumsa, nel corso di laurea magistrale di Editoria e Giornalismo, di cui frequenta il primo anno.

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