“Tutto, quelle case modeste,
la sobrietà delle ringhiere e dei balconi,
forse una speranza di ragazza sui balconi,
entrò nel mio deserto cuore,
con la purezza di una lacrima”
                                                                                Jorge Luis Borges, da Strada sconosciuta

Comincia tutto così, con un viaggio che porta con sé le ceneri del passato, e indugia ovunque, in cerca di un’unica visione. Qui Borges, ammettiamolo, è segretamente più mascalzone di un perdigiorno alla Flaubert. Ma non importa se poi sia entrato nelle grazie di quella ragazza, anzi: quella ragazza non c’è stata e forse non ci sarà mai, ma il sogno del momento è quello che conta, e il sollievo viene immediato. Grazie a Ruben Gonzales e il suo piano insinuante in “Pueblo nuevo”, che mi ha fatto ricordare questi versi peregrini. Ah, e Buena Vista Social Club per sempre. Dreaming sex.

Ci spariamo subito i pezzi di artiglieria? E sia. Chi strimpella la chitarra a luna di spalle -come il sottoscritto- sa cosa vuol dire sentirsi frustrati a sentire certi maestri. Hendrix, Page, Gallagher, Fahey, Frisell, Cooder. Ma a volte la maestria è eliminazione. Esproprio dell’inutile ed esaltazione della cazzata, dell’inciampo: ti diverti di più. E Duane Allman -probabilmente per questo, tra i più grandi- era proprio capace di questo: far gioire con urla e vocalizzi la sua Gibson Les Paul in stile slide. Urla inequivocabili? “Done somebody wrong”. (Guarda caso, dietro questi blues da una botta e via c’è sempre quel matto di Elmore James). Funny sex.

Per certi strumenti è difficile individuare la voce sessuale. Uno di questi è stato il piano: troppe tastiere tra cui decidere, stili che a volte si perdono in sensazioni differenti e troppo distanti. Anche per la batteria non è stata operazione semplice. Il suo ventaglio tonale appena accennato può non dare molti appigli. Ti devi concentrare sulla scelta del set, sulla pulsazione, l’empatia col resto della band. Ragazzi (Rovazzi!): il ritmo è importante. Ed è un aspetto complesso, perché indica, più di tutto, la decisione e la coerenza in sede talamica (o dove ve pare). Questo pezzo di recente lancio mi ha impressionato. E la batteria ‘invisibile’, legnosa, ha preso il miglio ai pezzi da novanta del drumming. Signore e signori, godetevi (possibilmente insieme) “Sweet satisfaction” di Ryley Walker. Climax.

Abajo. Linea di basso. Altra voce spesso tenuta in scarsa considerazione. Ma ovviamente, il 90% dei gruppi senza una linea di basso decente non saprebbe come comunicare la propria forza dirompente. A volte, però, il basso diventa primo violino, e guida tutto l’ambaradan. E’ il caso di un motivo che mi frullava da un po’ nella testa, e che poi ho scoperto appartenere a Joe ‘Lucky’ Scott. Siamo nel 1970. La flower generation è stata fagocitata dal fango di Woodstock. Una nuova melma, una palude che si è sempre mossa in parallelo ai fricchetoni, ora alza la propia bandiera. E’ la black music. Scott, guru del funky, fu tra i primi accompagnatori e co-autori della gang di Curtis Mayfield. In Roots, a seguire l’incipit di spasmi venne quel fuzz sudato, torrido, appiccicato come non ci fosse un domani. E tutto il mondo, almeno per 5 minuti e 46 secondi, venne attratto dal suo richiamo ancestrale. “Get down” baby, after life and desire there’s nothing left. Sweating sex.

Ci metto pure l’armonica, e scusate se vi consiglio quasi esclusivamente repertorio a base blues, ma indipendentemente dal mio retaggio è senz’altro questo il canone più portato al calore, l’intimità, la capacità di dire in faccia agli altri come stanno le cose. E a Charlie Musselwhite basta una nota. Una, giuro, ma potentissima e microfonata in modo da risultare poco brillante. La canzone, di per sé, è poco lucida, e ci piace così. Fuori al freddo e in mezzo al vostro stesso sangue fatevi guidare da un solo pensiero. In un lampo, e senza sapere come, starete a casa (in una casa). Notte brava, bravissima, con “Blood side out”.

Per finire, ma ce ne sarebbero veramente a bizzeffe, mi va di farvi sentire un sassofono. Anche per questo strumento vi sono seguaci di questo o quel mostro. Io ho cercato uno stile, piuttosto, ed è venuto fuori un capostipite: Coleman Hawkins, l”inventore’ del sax tenore. “Un linguaggio erotico, sontuoso, ma che è anche assolutamente logico, assolutamente architettato. La voce strumentale è bella, voluminosissima, vibrata, ma è anche sempre squisitamente musicale. Le frasi, costruite su giri armonici ricorrenti, sono caratterizzate da un respiro rimico rilassato e possente”. Così Arrigo Polillo, annebbiato dalle fioriture tematiche di “Body and Soul”, come il critico cattivo sulla ratatouille. Hawkins viaggiò in Europa, e chissà se certe scuole d’arte figurativa non abbiano influenzato il suo decorativismo, le sue licenze barocche, mai vizio, ma essenza della sensualità. In effetti, viene quasi da piangere a sentire come il grande Hawk suonasse fino all’ultimo, in “Greensleeves” (1958), dopo trent’anni da quella “Body and soul” che gli aveva dato il successo, senza tanti orpelli, meno virtuosismi, ma con bocca e polmoni sullo strumento. Fino alla fine.

Tutto qui? No: a ciascuno il suo, sull’argomento non ci sono limiti. Sì. Fermo restando che non esiste niente di paragonabile alle sensazioni sprigionate da Billie Holiday e la sua voce. Quando dice di essere tua, quando ti invoca. Persino nella tristezza, il gioco di Lady Day è un giogo inestricabile di tormento e invito. Prendere o lasciare.

Giuseppe Di Marco

Giuseppe Di Marco

Nato a Teramo il 9 luglio 1989, nel 1993 si trasferisce a L’Aquila, dove vive fino al conseguimento della maturità classica presso l’Istituto D. Cotugno, nel 2008. In quell’anno decide di trasferirsi a Roma e iscriversi all’università Lumsa di Roma, nella Facoltà di Lettere e filosofia. Qui segue il corso di studi triennale di Scienze della Comunicazione, Informazione e Marketing, in cui si laurea nel marzo 2012, con una tesi di laurea intitolata “Ego e Alter nel cinema di Marco Bellocchio”. L’argomento muove i passi dalla filosofia di Ludwig Wittgenstein,Roland Barthes e Paul Ricoeur. Da sempre si interessa di semiotica cinematografica e di radici musicali folcloristiche del 900. Giuseppe risiede a Roma ed è tuttora iscritto alla Lumsa, nel corso di laurea magistrale di Editoria e Giornalismo, di cui frequenta il primo anno.

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