“Cercavo di spezzare l’incantesimo, il terribile muto incantesimo di quella terra selvaggia- che sembrava attirarlo verso il suo cuore impietoso risvegliando degli istinti ancestrali e brutali, facendo riemergere passioni mostruose e appagate. Solo questo, ne ero certo, lo aveva riportato al ciglio della foresta, nella boscaglia, verso i fuochi, il rullio dei tamburi, la nenia di magici incantesimi; solo questo aveva costretto la sua anima sfrenata a superare i limiti delle aspirazioni legittime”                                                                                                                                Joseph Conrad, “Cuore di tenebra”

Sembrerà pretestuoso, ma credo non ci siano parole più precise e divinatorie di quelle di Conrad per descrivere The Doors (Elektra), disco nato nel 1966 a Los Angeles, e scelto dodici anni dopo da Francis Ford Coppola per l’ouverture del grande Apocalypse Now. Il delirio e il viaggio lungo il fiume, l’’immenso serpente srotolato’. Un incantesimo muto perché Ray Manzarek, Bob Krieger, Jim Morrison e John Densmore facevano parte di un unico voltaggio privo di una stasi raziocinante: un istinto, una deflagrazione di organo, accordi blues, charleston jazz, per varcare le porte della percezione. “Break on through”, “End of the night”, “Alabama song” nonché le fluviali “Light my fire” e “The end” unirono strutture classiche, beat, ascetismo e una luna storta che, in Strange days, segnerà il capitolo più personale della saga. Ma è solo l’inizio.

Facciamo un salto di sedici anni: chi è nato e cresciuto con le note dell’Hammond di Manzarek si ritrova, nell’adolescenza, in un mondo completamente cambiato. I sogni hippie sono sprofondati, a parte qualche strenuo tentativo individuale. Nel ’77 il rock è stato grattato e sfregiato fino a tornare a una forma primigenia, non più per le orecchie ‘borghesi’, e diventa qualcosa di esclusivo, proprio perché povero e arrabbiato. Negli ’80 tornano in auge le sonorità oscure degli anni sessanta, come Velvet Underground, Pretty Things e, appunto, i Doors. Ma con Gravity talks dei Green On Red (Slash, 1983) torna anche Jim Morrison, per l’evocazione poetica, e per l’onnipresenza delle metafore. Chris Cacavas riprende le linee dell’organo losangeliano, attraverso un sinuoso legato, lunghe digressioni, melodie che si abbracciano con i versi ingenui e stupendi di Dan Stuart. “Deliverance” forse, su tutte, è l’inno di una nuova generazione indie, “Snake bit” è l’incarnazione animale scelta per andare oltre le verità apparenti.

Il trillo doorsiano non si estingue negli anni del paisley underground. Anche nel caos degli stili, le citazioni, i richiami, e persino le mode fanno riferimento alla band di Morrison e soci, anche oggi. Solo che oggi riproporre quel sound vuol dire esporsi ad accuse di furberia. Al contrario i Black Angels, ad esempio, pur suonando molto derivativi, danno prova di voler riempire le piazze e i locali di potenza elettrica. Gli schemi accordali e le geometrie ricordano in primis 13th Floor Elevators, l’impatto delle chitarre Iron Butterfly, ma l’uso della tastiera, in Indigo meadow (Blue Horizon, 2013), torna a solleticare il sonaglio del serpente*. E così anche The Wands, più recenti ma, nell’omonimo debutto (Fuzz Club, 2015), più vecchi. La loro riproposizione diverte, anche se alla lunga può farsi stantia, revivalista e fine a se stessa. Sono musicisti, questi, che prediligono l’asprezza e la commistione del kraut, del loop, persino dello stoner, in modo da coinvolgere il più ampio pubblico possibile.

In ogni caso, le porte della percezione risultano un fuoco non ancora domato. Per il nostro piacere, e così sia. Al prossimo Spoon!

*a riprova del loro debito sta la cover di “Soul kitchen” nell’album A psych tribute to The Doors (AA.VV., Cleopatra Records, 2014)

Giuseppe Di Marco

Giuseppe Di Marco

Nato a Teramo il 9 luglio 1989, nel 1993 si trasferisce a L’Aquila, dove vive fino al conseguimento della maturità classica presso l’Istituto D. Cotugno, nel 2008. In quell’anno decide di trasferirsi a Roma e iscriversi all’università Lumsa di Roma, nella Facoltà di Lettere e filosofia. Qui segue il corso di studi triennale di Scienze della Comunicazione, Informazione e Marketing, in cui si laurea nel marzo 2012, con una tesi di laurea intitolata “Ego e Alter nel cinema di Marco Bellocchio”. L’argomento muove i passi dalla filosofia di Ludwig Wittgenstein,Roland Barthes e Paul Ricoeur. Da sempre si interessa di semiotica cinematografica e di radici musicali folcloristiche del 900. Giuseppe risiede a Roma ed è tuttora iscritto alla Lumsa, nel corso di laurea magistrale di Editoria e Giornalismo, di cui frequenta il primo anno.

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