A volte accade così: sei al computer a cercare le informazioni per scrivere l’articolo settimanale e ti compare la sulla bacheca una notizia ansa che distoglie completamente l’attenzione da quello che stavi facendo. Volevo scrivere della giocatrice americana Lauren Hill, diciannovenne malata terminale che ha espresso come ultimo desiderio quello di giocare per l’ultima volta con la squadra di basket della Mount Saint Joseph University. La Ncaa ha concesso alla squadra di poter anticipare la gara di apertura della stagione proprio per venire incontro alla richiesta di Lauren che visto l’espandersi del tumore potrebbe non superare dicembre.

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Così quando mi è apparsa la notizia della morte del Gigante Ingesson non ho potuto non pensare a chi dedica la vita allo sport, fino alla fine, a chi non rinuncia nemmeno all’ultimo atto di una storia già tragicamente scritta.

Klas Ingesson era un lottatore in campo, uno duro da affrontare, di quelli che non ti lasciano un millimetro e non mollano mai. E lo è stato anche nella vita fino a che non ha potuto far altro che arrendersi. Ci ha lasciato ad appena quarantasei anni, era dal 2009 che soffriva di un mieloma multiplo. Niente che però gli abbia impedito di essere se stesso fino alla fine: un uomo forte, deciso, mai domo.

In Italia lo si ricorda bene, tra Bari, Lecce e Bologna: non era un giocatore appariscente, non era uno da tocchi di tacco e passaggi raffinati, ma era un buonissimo centrocampista, di quelli che sanno fare tutte le fasi. Era uno che difendeva e si riproponeva, che contrastava e rilanciava. Uno che di tanto in tanto sapeva anche buttarla dentro. Soprattutto era un giocatore rispettato da tutti perché tutti rispettava. Un idolo, in Italia come in casa, in Svezia, dov’era nato nel 1968; con la nazionale aveva collezionato cinquantasette presenze segnando tredici gol e ottenendo uno storico terzo porto ai mondiali statunitensi del ’94.

Ha solcato i palcoscenici di tutta Europa. Ha giocato in Inghilterra, nello Sheffield, in Francia all’OM, al Psv in Olanda e al Malines in Belgio, oltre chiaramente agli anni svedesi del Goteborg. È stato nel calcio fino alla fine allenando l’Elfsborg, fino a quando ha avuto la forza di farlo. Fino a quando ha potuto lottare. Soltanto una settimana fa ha lasciato la panchina della squadra di serie A svedese. “La malattia mi fa stare troppo male per il momento e non voglio che l’attenzione stia su di me: devo pensare al meglio per la squadra” diceva Klas solo pochi giorni fa motivando la dolorosa scelta. Quasi nessuno sapeva che il suo cancro era tornato prepotente e che lui si stava ritirando consapevole che non gli restava molto tempo da vivere. La dirigenza dell’Elfsborg lo sapeva ma Klas non voleva creare problemi per il club e quindi si è fatto da parte senza troppo clamore. Il direttore sportivo dell’Elfsborg, Stefan Andreasson, ricorda che fino all’ultimo ha continuano a mandare sms, a telefonare, pieno di idee per la prossima stagione.

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“Addio capitano, mio capitano”: è uno dei tanti messaggi dei tifosi del Bari per ricordare Klas Ingesson, l’ex centrocampista che aveva indossato la maglia biancorossa dal 1995 al 1998 collezionando novantaquattro presenza e undici gol. Indimenticabile per i baresi l’esultanza dopo il rigore trasformato allo stadio di Via del Mare nel derby contro il Lecce dell’ottobre ’97. Ingensson viene ricordato come un grandissimo combattente, mai domo e sempre leale, a Bari come a Bologna dove lo definiscono “un guerriero buono e una colonna insostituibile”.

Lo sport è fatto anche di questo, non i fuori classe da milioni di euro, ma da uomini e donne che amano lo sport semplicemente perché è la loro vita. Quando si dice “una vita da mediano” non si parla semplicemente di un ruolo in campo, ma di un esempio di abnegazione e spirito di sacrificio, di amore per il pallone e non della vita nel pallone.

Riprendo le parole di Thomas Ravelli che insieme a lui faceva parte di quella magia nazionale a Usa ’94: “Era una persona onesta, per bene. Non c’era nessuna cattiveria in lui. Preferiva ascoltare invece di parlare di se stesso. Era giovane ma con questa malattia viveva già il tempo supplementare”. L’arbitro impietoso ha però fischiato la fine dell’incontro.

Elisa Muzio

Elisa Muzio

Vive a Milano città in cui è nata il 29 agosto 1991. Ha frequentato il liceo scientifico del Collegio San Carlo, laureata in lettere presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore con tesi in letteratura latina sta ora seguendo il corso magistrale in Filologia Moderna. Ha fatto nuoto sincronizzato per dieci anni ma, è da sempre appassionata a tutti gli sport e alle manifestazioni sportive in generale.

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