Lo scorso sabato, l’ex presidente egiziano, Mohammed Morsi, è stato condannato a morte da un tribunale del suo Paese con l’accusa di aver cercato di evadere dalla carcere nel corso delle manifestazioni del 2011. Morsi è stato condannato insieme ad altre 100 persone -molti di esse assenti durante il processo- per cercare di fuggire dalla prigione di Wadi al-Nartun (al nord de Il Cairo) e per avere cospirato insieme ad organizzazioni e gruppi esteri contro l’Egitto. Oltre a ciò è stato accusato di commettere terrorismo nella Penisola del Sinai insieme al gruppo palestinese Hamas, la Guardia Rivoluzionaria iraniana e l’organizzazione libanese Hezbollah; mettere in pericolo la sicurezza nazionale divulgando notizie segrete al Qatar; frode rispetto al programma di riattivazione economica dei Fratelli Musulmani (Rinascita, Al Nahda); insultare il potere giudiziario accusando un giudice di essere coinvolto in una frode elettorale durante un discorso pubblico. Tutte queste accuse in fase di giudizio non sono state accompagnate da prove credibili.

Il verdetto dovrà essere sottomesso all’opinione non vincolante del principale teologo musulmano del Paese, il Gran Mufti:  ciò significa che la condanna può essere applicata nonostante l’autorità religiosa non dia il suo assenso. Più di 20 mila prigionieri sono scappati dalle carceri egiziane durante i sommovimenti contro Hosni Mubarak del 2011 e fra questi oltre a Morsi c’erano altri membri dei Fratelli Musulmani. L’ex presidente già doveva scontare una condanna di 20 anni per aver ordinato la detenzione  e la tortura di manifestanti durante il periodo di tempo che è stato in carica. Bisogna sottolineare che l’ormai condannato a morte è stato l’unico Presidente ad essere stato eletto regolarmente in 4 mila anni di storia in Egitto. Ma per questioni geopolitiche e grazie all’aiuto di alcuni Paesi è stato deposto con un colpo di Stato militare nel luglio del 2013 dopo una serie di manifestazioni contro il suo mandato.

Morsi

Morsi in gabbia durante il processo

Da allora, il generale Abdelfatah al-Sisi (autoproclamatosi Presidente dopo aver ricoperto il ruolo di Comandante Capo dell’Esercito, Presidente del Consiglio Supremo delle Forze Armate ed infine Ministro della Difesa nel Governo di Morsi) ha proibito il movimento dei Fratelli Musulmano, guidato da Morsi, ed  ha arrestato, torturato e condannato a morte migliaia di persone senza nemmeno passare per un processo equo e giusto. 

Nonostante le molteplici violazioni dei diritti umani ed i reati continui che al-Sisi sta commettendo nel suo Paese, la comunità internazionale osserva ed appoggia questo Governo senza cercare di far rispettare quei diritti che universalmente sono stati accettati. Il sostegno di al-Sisi ad Israele ha permesso di guadagnarsi il “rispetto” di gran parte delle potenze straniere: ma per i suoi atti non potrebbe essere paragonato a Mussolini (per il fatto di eliminare fisicamente le minoranze e le opposizioni per esempio), a Franco, a Gheddafi e a Saddam Hussein? La domanda che sorge spontanea è perché in alcuni casi si è intervenuto per garantire i diritti umani mentre in casi di palesi violazioni brutali di quegli stessi diritti come da parte di Al-Sisi si continua ad appoggiarlo e a non sanzionarlo? 

Moahammed Morsi nacque nel 1951 nel paese di El-Adwah, nella provincia del Delta del Nilo di Shaqiya. Studiò all’Università de Il Cairo negli anni settanta prima di completare il suo dottorato negli Stati Uniti. Dopo essere tornato in Egitto divenne il Capo di Dipartimento nell’Università di Zagazig. Tra il 2000 ed il 2005 riuscì ad entrare in Parlamento con i Fratelli Musulmani di cui era la guida. Fu elogiato nel corso della sua carriera per la sua capacità oratoria ed in particolare dopo il disastro ferroviario del 2002 quando aveva denunciato l’incompetenza dello Stato. Nel 2012 fu eletto candidato presidenziale dei Fratelli Musulmani dopo che il leader precedente, Khairat al-Shater era stato obbligato a ritirarsi. Vincendo le elezioni del giugno 2012, Morsi aveva promesso di guidare un Governo “per tutti gli egiziani”. Nonostante ciò la piccola opposizione cercò di infangare la sua figura e fece di tutto -con l’appoggio esterno- di eliminarlo dal potere. 

Morsi

Morte di innocenti egiziani e della democrazia

Le proteste si intensificarono quando l’Assemblea Costituente stabilì una nuova e frettolosa Costituzione: così, il 29 gennaio del 2013 il capo delle forze armate ed attuale presidente, Abdelfatah al-Sisi, avvertì che poteva esserci un “collasso dello Stato”. La tensione continuò ed il 3 luglio, l’esercito sospese la Costituzione ed annunciò la nascita di un Governo interino che ancora sussiste. Morsi denunciò ciò come un vero “colpo di Stato”. Nonostante le accuse da parte di molti Paesi del Mondo, il regime ha, prima, condannato a 20 anni l’unico Presidente democraticamente eletto per presunte accuse di tortura e poi gli è stata inflitta la pena di morte. 

Rispetto agli ultimi sviluppi, i Fratelli Musulmani hanno emesso un comunicato in cui si condanna aspramente la pena inflitta a Morsi ed ai suoi colleghi. Viene criticata l’impossibilità degli eventi che hanno portato all’evasione di Morsi e di altre centinaia di persone in quanto secondo gli le accuse, Hamas -sarebbe passato per Gaza, territorio israeliano, confine egiziano e Sinai: centinaia di chilometri fortemente controllati- e gli Hezbollah -via mare passando per le acque sotto controllo israeliano- avrebbero collaborato all’operazione: tutto ciò ha suscitato grandi perplessità proprio per il fatto che tali “combattenti” non sarebbero mai potuti arrivare nei pressi della carcere inosservati e senza essere stati fermati prima. 

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Caricatura di al Sisi

Fino ad adesso la persecuzione da parte di al-Sisi ha causato più di 1400 morti in soli due anni: il suo intervento illegittimo ha provocato una vera e propria guerra civile. L’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) ha giudicato il sistema giudiziario egiziano “mancante di garanzie per un giusto giudizio” e che “gli ultimi due processi di massa, che hanno portato alla condanna a morte di 1200 persone, sono stati marcati di irregolarità”.

La contraddizione dei giudizi giace, inoltre, nelle accuse stesse verso alcuni dei condannati in quanto alcuni di loro già sono morti ed altri ancora non hanno mai messo piede in Egitto: tutto ciò può far capire quanto tali processi sommari siano poco credibili. Questa situazione viene negativamente appoggiata dalla scarcerazione di Mubarak e della revoca delle accuse su di Egli pendenti.

Luca Mershed

Luca Mershed

Nasce a Roma nel 1989. Studia al liceo scientifico Nomentano e si laurea alla magistrale in Relazioni Internazionali all'Università La Sapienza di Roma. Ha studiato un semestre all'università di Santiago di Compostela (Galicia, Spagna) grazie al programma Erasmus. Parla correntemente italiano, spagnolo, inglese e un po' di francese. Si sposta fra Italia e Porto Rico dove ha svolto la sua tesi. Ha avuto esperienze in tre model united nations oltre ad aver lavorato per realizzarne altri: romemun 2010 (presso la FAo e l'ifad), romun 2011 (presso la fao), global model united nations 2011(organizzato direttamente dalle Nazioni Unite a Incheon). Collabora (online) con la ONU e le organizzazioni ad esso affiliate; scrive anche per un altro giornale online.

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