Marlon Williams mi ricorda qualcuno. Come questo qualcuno, il ventiquattrenne neozelandese si è formato nel coro di chiesa: giusto i rudimenti tecnici per mettere in onde sonore una spiritualità, un’arte. Come il prestigioso sconosciuto, anche Marlon Williams si è fatto un nome in Australia, prendendo le roots e la musica degli anni sessanta come punto di riferimento. Anche Marlon ha omaggiato i numi tutelari con delle cover, e lo ha fatto nel suo disco omonimo di debutto. E mentre Marlon Williams esce nei negozi di dischi, volti la carta e c’è Nick Cave. Nel percorso, sia chiaro: le scelte musicali sono completamente diverse, l’acume del genio anche, e qui finiscono i paragoni altisonanti.

Altrimenti la lista sarebbe lunga: come da esplicitazioni autobiografiche, il nostro ragazzo di discendenza Maori è cresciuto a pane e Smokey Robinson, Beatles, Elvis, Gram Parsons, ma anche PJ Harvey e Echo & The Bunnymen. Fatta la gavetta con la combo corista degli Unfaithful Ways e nell’Università di Canterbury, non se la sente di continuare: anche se è la musica di Mozart, la spinta ad esprimersi lo porta a Melbourne, dove c’è una scena giovanile abbastanza florida, e lì si fa notare. Nel 2015 può permettersi di farsi produrre dalla gente che nel suo paese conta, che sa come si fa un disco, valorizzandone gli aspetti storici e filologici. A ventiquattro anni Marlon si può considerare un personaggio? Per la Dead Oceans si. Per i consumatori di musica questo è tutto da vedere.

"Marlon Williams", Dead Oceans, 19 febbraio 2016

“Marlon Williams”, Dead Oceans, 19 febbraio 2016

L’identità non pertiene necessariamente all’originalità. Un sound inedito può dipendere da molti fattori, ma in fin dei conti è una questione di resa e quindi di come musicisti e tecnici sanno seguire l’idea originale. Se non trovi i collaboratori giusti, anche le migliori intuizioni possono andare sprecate. Però è in dischi come questo che, se si è un minimo avvezzi al pop e il folk anni sessanta, ci si sente accerchiati dal passato.

Si passa infatti dall’uptempo western di “Hello Miss Lonesome) (un po’ Johnny Cash) ai controcanti in stile Beach Boys di “After all”, al folk noir che cita Neil Young in “Dark Child”. Williams ha un modo di cantare che predilige falsetto e vibrato, e un po’ in questo omaggia il grande Tim Hardin (“Everyone’s got something to say”), ma anche Townes Van Zandt (“Strange things”): sembra un vecchio cantautore folk-pop anni sessanta, che non disdegna le orchestrazioni a servizio della melodia. Anche quando c’è solo la chitarra il livello non cala mai; d’altronde il materiale c’è, se si considerano i brani non originali che arricchiscono il songbook, tra una “Silent passage” (Bob Carpenter, 1974), “I’m lost without you” (Terry Randazzo, 1965) e “When I was a young girl”, interpretata sia da Nina Simone sia da Barbara Dane. Proprio il soggetto di quest’ultimo pezzo ci fa rendere subito conto che Marlon si mette a servizio del racconto, dell’arte contenuta nei pezzi: “Ogni canzone è un personaggio dice lo stesso cantautore, “e anche se è una canzone molto personale, una volta che è scritta non ti appartiene“.

Come è stato giustamente fatto notare, allora, Marlon Williams è il disco di un interprete. Per ora, andrebbe aggiunto, e non solo. Qui forse la coesione negli arrangiamenti non sempre è mantenuta, ma chissà: magari trovando un diverso ensemble anche la parte, lo spazio vitale di Williams si solidificherà. Diamo tempo al tempo, e fiducia all’arte, che ce n’è.

Giuseppe Di Marco

Giuseppe Di Marco

Nato a Teramo il 9 luglio 1989, nel 1993 si trasferisce a L’Aquila, dove vive fino al conseguimento della maturità classica presso l’Istituto D. Cotugno, nel 2008. In quell’anno decide di trasferirsi a Roma e iscriversi all’università Lumsa di Roma, nella Facoltà di Lettere e filosofia. Qui segue il corso di studi triennale di Scienze della Comunicazione, Informazione e Marketing, in cui si laurea nel marzo 2012, con una tesi di laurea intitolata “Ego e Alter nel cinema di Marco Bellocchio”. L’argomento muove i passi dalla filosofia di Ludwig Wittgenstein,Roland Barthes e Paul Ricoeur. Da sempre si interessa di semiotica cinematografica e di radici musicali folcloristiche del 900. Giuseppe risiede a Roma ed è tuttora iscritto alla Lumsa, nel corso di laurea magistrale di Editoria e Giornalismo, di cui frequenta il primo anno.

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