E’ ingiusto caricare troppa attesa su di un debutto. E non siamo noi a insegnare ai musicisti come si sta al mondo, ma è ovvio che se si fa un gran dire di qualcosa, quel qualcosa poi dovrà relazionarsi con un pubblico esigente. L’esordio di Lapsley non fa differenza: nato senza segni di adulazione e con la furba idea di lanciarlo tramite il singolo meno rappresentativo, Long way home crescerà e si farà strada.

Holly Lapsley Fletcher ha diciannove anni e sa come si sta al mondo. Oboista presso la Sefton Youth Orchestra di Liverpool impara a prodursi da sola, smanettando col suo laptop per dare alla sua voce la migliore risposta in frequenza possibile. Già, perché Holly ha un timbro ricco di armonici e una buona estensione, e vuole cantare. Ma non lo farà come Holly. Come molti nella musica pop, si sceglie il nome d’arte pescandolo dal secondo classificato in anagrafe. Un po’ come Ray Charles, col quale condivide la passione per le canzoni di ogni catalogazione a patto che, però, si riesca a trovare una quadra, una propria personalità. I necessari consigli e una produzione meno DIY le provengono dalla XL Recordings, una label che sa come manipolare suoni sintetici all’insegna del pop e dell’r&b.

"Long way home", XL Recordings, 4 marzo 2016

“Long way home”, XL Recordings, 4 marzo 2016

Appena pochi mesi fa, infatti, la XL ci ha deliziato con un’ottima release, A new place 2 drown di Archie Marshall. Anche se siamo da tutt’altra parte, vale la pena prendere questo album come metro di paragone per capire il lavoro dell’etichetta: manipolazione vocale, forte valenza percussiva, minimalismo strumentale e decoro elettronico sono i lati di un quadrato che si stringe anche su Lapsley, ma senza soffocarla, anzi interpretandola in maniera naturale. La nostra infatti, giocando con le periferiche ha imparato ad usare anche i suoni campionati, di cui fa utilizzo anche in Long way home, senza sfoggio, e anzi con l’aiuto di gente più esperta di lei.

E’ un secondo: basta mettere il disco e il secondo nome della Fletcher già vuol dire grande maturità negli arrangiamenti e buona costruzione dei pezzi. Tra xilofono, handclap, schiocchi di dita, synth e programmini, Lapsley dà vita a un sound globulare, condensato e al contempo esplosivo. In alcuni momenti le frequenze vocali compaiono esaustivamente, intersecandosi con quelle del piano (“Falling short” e “Tell me the truth”), in altri (“Cliff” e “Leap”) i toni medio-alti si asciugano completamente, in modo che i successivi effetti risultino enfatizzati. E ancora: “Operator” inizia come un gospel per poi sciorinarsi in un soul abbastanza dancettoso, e “Silverlake” ha dalla sua l’armonia e l’andamento malinconico. “Hurt” è il singolo di cui sopra, ma anche “Love is blind” si piazza bene e avanza in un ambiente più arioso e lucente.

Ma, come detto, è l’intimismo delle liriche e l’altalena tra alienazione e calore a fare di Long way home un inizio molto promettente, nell’universo pop dello “stile melismatico” alla Adele e l’elettronica di James Blake. Attendiamo il secondo.

Giuseppe Di Marco

Giuseppe Di Marco

Nato a Teramo il 9 luglio 1989, nel 1993 si trasferisce a L’Aquila, dove vive fino al conseguimento della maturità classica presso l’Istituto D. Cotugno, nel 2008. In quell’anno decide di trasferirsi a Roma e iscriversi all’università Lumsa di Roma, nella Facoltà di Lettere e filosofia. Qui segue il corso di studi triennale di Scienze della Comunicazione, Informazione e Marketing, in cui si laurea nel marzo 2012, con una tesi di laurea intitolata “Ego e Alter nel cinema di Marco Bellocchio”. L’argomento muove i passi dalla filosofia di Ludwig Wittgenstein,Roland Barthes e Paul Ricoeur. Da sempre si interessa di semiotica cinematografica e di radici musicali folcloristiche del 900. Giuseppe risiede a Roma ed è tuttora iscritto alla Lumsa, nel corso di laurea magistrale di Editoria e Giornalismo, di cui frequenta il primo anno.

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