Human good trafficking: così lo chiamano gli inglesi. E di questo ha parlato in mattinata, davanti al Comitato Schengen, il sostituto procuratore di Palermo Calogero Ferrara riassumendo i problemi della crisi migratoria via Italia. Il dibattito, presieduto dall’on. Laura Ravetto, ha visto una prima parte sviluppata dal magistrato, e la seconda riservata alle domande.

Ferrara ricorda la vastità del fenomeno, che consiste in una rete articolata tra Sudan, Mali, Eritrea fino alle zone costiere della Libia, ossia Tripoli e Misurata per poi coordinarsi con organizzazioni nostrane: “non c’è evidenza di interessi delle mafie locali al traffico, ma al trasporto verso l’estero” prosegue il magistrato, che rammenta le operazioni Glauco I e II: “Eurojust era diffidente quando dicemmo che le reti operavano in tutta Europa, poi portammo migliaia di intercettazioni che lo dimostravano”. Suona ancora peggio oggi, mentre si parla di ritardo colpevole da parte della comunità internazionale.

La rete ha una sua prassi. Innanzitutto “i soldi vengono ritirati prima del viaggio attraverso un sistema indiretto e non tracciabile” a seguito del quale si radunano i profughi “cinquanta alla volta sui gommoni, che li portano sui pescherecci, i quali non possono avvicinarsi alla costa”. Per e solo per i casi estremi i criminali devono munirsi di apparecchi satellitari; se scampano all’arresto e riportano indietro l’imbarcazione, viene dato loro un bonus. “I barconi, inutilizzabili, vengono trascinati sulla terraferma e abbandonati. Il Ministero dell’Ambiente e quello dell’Interno hanno aperto un contenzioso sulla loro destinazione. Per ora, il loro cimitero è a Lampedusa”.

un peschereccio con migranti a bordo

un peschereccio con migranti a bordo

Grande aspetto problematico, solleva Ferrara, è quello di sua competenza, cioè l’attività processuale. “A fronte di viaggi e torture, il deterrente sanzionatorio di cinquemila o diecimila euro è irrisorio per i profughi” ammette il sostituto procuratore, “mentre invece l’attività investigativa e processuale è sovraccarica: si deve procedere speditamente perché i migranti se ne vanno, e se in un processo ci sarebbe stata condanna a venticinque anni per un trafficante, magari il giudice lo assolve per mancanza di testimoni”. Detto fatto: e a monte il problema rimane invalicabile perché “ormai la giurisdizione italiana si è radicata: la Cassazione interpreta infatti che, anche se il recupero è effettuato al largo della Libia o in acque internazionali, l’intenzione era quella di concludere il reato in Italia”.

Molti gli aspetti insoluti: neanche nove direzioni distrettuali, e il Servizio Centrale Operativo della Polizia penetrano nella dispersione di trafficanti. Neanche nell’indotto criminale, che consiste nella vendita di documenti fittizi che attestino falsi matrimoni per il ricongiungimento familiare. In tal caso, le prefetture non sono nemmeno unificate da un unico database, per cui “si possono presentare anche cinque domande senza che l’ufficio riceva un alert per scongiurarne la sovrapposizione”. Cosa proporre? “Bisognerebbe assumere traduttori, non poliziotti” dice Ferrara, “perché spesso intercettiamo dialetti africani che in Italia parlano al massimo dieci persone. Ogni sbarco coinvolge cinque lingue”. E per alleviare il peso giurisprudenziale “assoggettare i processi all’ICC, che tratta di crimini contro l’umanità, o istituire tribunali ad hoc, come nel caso dell’ex Jugoslavia”. In conclusione, non ci sono deterrenti al fenomeno, anche con le nuove rotte balcaniche, perché “ai trafficanti non interessa nulla della fine che fa la propria merce.” Merce, si, se “ogni barcone con duecento migranti vale anche un milione di dollari”.

Giuseppe Di Marco

Giuseppe Di Marco

Nato a Teramo il 9 luglio 1989, nel 1993 si trasferisce a L’Aquila, dove vive fino al conseguimento della maturità classica presso l’Istituto D. Cotugno, nel 2008. In quell’anno decide di trasferirsi a Roma e iscriversi all’università Lumsa di Roma, nella Facoltà di Lettere e filosofia. Qui segue il corso di studi triennale di Scienze della Comunicazione, Informazione e Marketing, in cui si laurea nel marzo 2012, con una tesi di laurea intitolata “Ego e Alter nel cinema di Marco Bellocchio”. L’argomento muove i passi dalla filosofia di Ludwig Wittgenstein,Roland Barthes e Paul Ricoeur. Da sempre si interessa di semiotica cinematografica e di radici musicali folcloristiche del 900. Giuseppe risiede a Roma ed è tuttora iscritto alla Lumsa, nel corso di laurea magistrale di Editoria e Giornalismo, di cui frequenta il primo anno.

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